Xingu di Edith Wharton, Flower-Ed Edizioni

La penna è uno strumento potentissimo, non a caso un vecchio adagio la paragona nientemeno che alla spada. Scrivere, raccontare una storia, esporre un’opinione vestita con l’abito elegante della narrativa può avere effetti realmente devastati. Nulla a che vedere con la guerra, sia chiaro. Ma le parole scritte su un foglio possono deflagrare come una mina fatta esplodere nel centro di un villaggio o produrre la medesima devastazione di una lama che incide la carne. Solo che gli effetti saranno molto più profondi, perché l’inchiostro scorre sottopelle e giunge fino al cuore del lettore, per poi invaderne la mente generando così emozioni, riflessioni, addirittura turbamenti o, perché no, anche grasse risate.

Tuttavia non è sempre così e in qualche modo lo scorrere del tempo ha determinato una sorta di impoverimento del potere emotivo della scrittura. Oggi vengono pubblicati troppi libri, una sovrabbondanza che ha finito con lo svilire quel serbatoio di talento e qualità che un tempo era il vero riferimento di ogni editore. Sarà per questo che i classici della letteratura sono ancora oggi le pietre d’angolo sulle quali il lettore può trovare sostegno e conforto, gioia e divertimento, un metro di paragone certo e ineguagliabile per le proprie idee.

C’è poi un’ulteriore ragione, di certo non secondaria, che ci porta ad amare i classici come fossero vecchi compagni di una vita intera. È la loro capacità di mantenere intatta la bellezza delle parole, ognuna delle quali sembra essere dotata di un un peso specifico perfettamente equilibrato all’interno di un meccanismo più ampio. In un classico, fosse anche una storia breve o brevissima, non troverete mai un termine fuori posto, una virgola eccedente il necessario. E i significati, stratificati tra le righe, continuano a fare breccia nella mente passando direttamente per il cuore, illuminando frammenti di pensiero che, da quel momento in poi, saranno parte integrante del vissuto del lettore.

E se tutto questo vi sembra troppo per essere contenuto tra le pagine di un libro, non vi resta che sperimentare la lettura del racconto breve “Xingu” di Edith Wharton, pubblicato dalla casa editrice Flower-Ed nella Collana “Five Yards”.

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Uscito originariamente nel 1916 “Xingu” è una satira diretta al mondo della letteratura e della critica letteraria. Le protagoniste, un gruppo di donne appartenenti al tipico Club da salotto americano che ogni mese prende in considerazione un libro per analizzarne la trama e sviscerarne i contenuti, una pratica che oggi ha trovato una nuova collocazione nella realtà dei social network. Anche la protervia che spesso aleggia tra forum, blog e gruppi di discussione è la stessa, perché le protagoniste di “Xingu” hanno sviluppato una sorta di superiorità verso ciò che leggono e nei confronti di chi non riescono a stare al loro passo, come scoprirà suo malgrado Roby, l’ultima arrivata tra le fila dell’illustre Club.

Ma la “vendetta”, se così possiamo chiamarla, è dietro l’angolo, anzi oltre la prossima pagina. Roby infatti saprà sfruttare a proprio vantaggio la presenza nel Club dell’autrice dell’ultimo libro selezionato dalle intraprendenti lettrici, per mettere in scena le sue sorprendenti conoscenze legate ad un misterioso testo, lo “Xingu” del titolo.

Ed è qui che entra in gioco il talento della Wharton, con la sua straordinaria capacità di costruire una storia giocata “in punta di parola” tra equivoci, sottigliezze e non detti che finiranno col generare tra le appartenenti al Club letterario una reazione che ne minerà le certezze su cui hanno costruito la sicumera tipica del censore, più che del lettore. Il tutto condito con una buona dose di ironia che, tuttavia, non svilisce il senso più profondo della novella ma, anzi, ne esalta le caratteristiche salienti.

In effetti, pur trattandosi di un racconto breve, “Xingu” ha in sé numerosi elementi che il lettore potrà facilmente individuare e condividere, a partire da quel senso di “esclusione” patito da Roby che, pur volendo nel suo intimo essere parte del rinomato Club, finirà per  destabilizzarne le fondamenta, riducendo in qualche modo anche il ruolo della scrittrice ospite, che passa dall’essere la protagonista della serata a mera spettatrice.

“Xingu” è anche la critica sarcastica e, proprio per questo, ancora più sottilmente feroce che la Wharton rivolge a quelli che potremmo definire come “re-censori”, ovvero coloro che usano i libri e ne parlano al solo scopo di rendere se stessi i veri protagonisti del mondo culturale di cui pretendono di occuparsi. Un meccanismo che al giorno d’oggi sembra essere amplificato a dismisura dai social network, dove spesso la reale cognizione di un argomento cede il passo al bisogno disperato di apparire attraverso la manifestazione di quella  superiorità che la Wharton ha saputo rappresentare nel suo racconto.

Ma non solo. Secondo alcuni “Xingu” sarebbe anche la risposta piccata della Wharton alle critiche ricevute da Henry James per il romanzo “Il frutto dell’albero”, considerato in effetti una delle opere minori della scrittrice. Un modo certamente efficace e creativo di esprimere il proprio dissenso attraverso la manifestazione della propria arte, mantenendo intatta quell’eleganza che l’ha sempre contraddistinta.

Per il lettore moderno “Xingu” è soprattutto un racconto godibilissimo, per niente anacronistico e sorprendentemente attuale proprio se si considera il modo in cui oggi l’editoria viene vissuta attraverso i gruppi di lettura, i blogger e i siti specializzati in recensioni. Ed è anche un monito per tutti coloro che desiderano cimentarsi con la difficile arte della “critica”: ciò che non va dimenticato, sembra volerci dire la Wharton, è che al centro delle nostre dissertazioni deve esserci il libro, mentre l’ego che vuole illuderci di essere coloro da cui dipende il valore di uno scritto (e di uno scrittore!) deve essere tenuto costantemente a bada. Altrimenti il rischio è quello di finire come le lettrici del Club che, piuttosto che riconoscere i propri limiti, finiranno con l’imbastire attorno al misterioso “Xingu” un mondo solo apparentemente illuminato.

Un’ultima annotazione la merita (ancora una volta) il grande lavoro fatto dalla Flower-Ed che prosegue con la sua splendida missione di riportare all’attenzione dei lettori testi classici rimasti per troppo tempo nell’ombra. A differenza di quanto accade solitamente, anche per “Xingu” le note introduttive firmate da Michela Alessandroni sono qualcosa di più di una semplice prefazione, avendo in sé gli elementi tipici del saggio curato da chi ha davvero amato il racconto e desidera offrire, con evidente entusiasmo e passione, delle linee guida, dei punti di riferimento culturali e storici, importanti anche per la costruzione di una vera e propria atmosfera durante la lettura del racconto, reso ancora più efficace dall’ottima traduzione di Riccardo Mainetti, capace di restare in perfetto equilibrio tra le esigenze contemporanee e la cifra stilistica originaria.

ANDREA

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