Jack London: Accendere Un Fuoco, Flower-Ed

Prende il nome da una vecchia linea ferroviaria inglese la collana Five Yards con cui la Flower-Ed riporta all’attenzione dei lettori alcuni dei classici più significativi della letteratura anglosassone, riproposti con nuove e accurate traduzioni. Non solo i grandi romanzi di una delle stagione letterarie più significative di sempre, ma anche racconti capaci di trasportare il lettore in un passato capace ancora oggi di emozionare.

È il caso del racconto breve Accendere Un Fuoco, autentico classico firmato da una delle penne più conosciuta, quella di Jack London, intrepido esploratore, giornalista e inviato di guerra che ha saputo raccontare il rapporto tra uomo e natura seguendo una chiave di lettura sempre improntata alla ricerca di un insegnamento, una morale, talvolta anche un monito rivolto ai suoi contemporanei ma valido anche per le generazioni future.

Proprio in virtù della sua capacità di scandagliare il modo in cui l’essere umano interagisce con il mondo naturale e animale, London può e deve essere una voce ancora tutta da ascoltare, come dimostra il breve scritto rappresentato da Accendere Un Fuoco, che la casa editrice fondata a Roma nel 2012 da Michela Alessandroni presenta in una veste affascinante, connotata da un testo altamente leggibile (merito anche della traduzione di Riccardo Mainetti) e corredato da splendide foto, da un’introduzione di indubbio valore (a cura di Sara Staffolani) e da quelle note biografiche sempre utili per riscoprire gli autori del passato.

Se il tema dettato dal titolo del racconto può apparire antico, forse addirittura arcaico, l’attuale crisi energetica che sta colpendo il mondo lo rende tutt’altro che superato. Si dice che la civiltà abbia avuto inizio proprio con la scoperta del fuoco e con la capacità di domarlo, sfruttandone al contempo tutte le possibilità. Riscaldarsi, cuocere il cibo, restare al sicuro attorno al fuoco mentre gli animali selvatici si tenevano prudentemente a distanza è ciò che ha concesso ai nostri progenitori l’opportunità di migliorare le proprie condizioni di vita, spesso riuscendo a sopravvivere dove un tempo la morte era una fedele e risoluta compagna.

Ma non solo. Il fuoco ha permesso all’uomo anche di iniziare a pensare, proprio perché messo al riparo dalle condizioni più estreme. Ma se quella primordiale scintilla ha rappresentato un momento evolutivo cruciale, ha anche segnato un cambiamento radicale nel rapporto uomo-natura, passato dall’essere di mera sudditanza ad una forma di crescente dominio, giunto fino ai giorni nostri in una dimensione di autentica protervia e indifferenza rispetto al mondo naturale, errore fatale che sta alla base dei drammi che oggi affliggono il pianeta, tanto che curiosamente parlare oggi di “riscaldamento” è divenuto un tema centrale, quasi fossimo in cerca di nuove salvifiche fiamme.

Ecco perché un piccolo racconto scritto oltre un secolo fa può essere uno strumento importante per comprendere il mondo di oggi. Il protagonista, un uomo senza un nome (perché in fondo a contare non è lui ma ciò che rappresenta: le scelte scriteriate di una certa umanità) decide di affrontare una traversata sui ghiacci che dominano la terra di confine tra Alaska e Canada. Lo fa ignorando ogni cautela e tutti gli avvertimenti che pure gli sono stati rivolti, cieco alle insidie di un clima che va ben oltre l’umano, spinto da un solo desiderio, quello di partecipare alla caccia all’oro, quella febbre che agli inizi del ‘900 trasformò anche le zone più pericolose del mondo in territori da esplorare, scavare, rivoltare nella speranza che quel baluginio dorato potesse far sgorgare urla di fortuna e gloria finalmente conquistata.

Unico compagno un cane, ancora una volta l’animale così caro a London, a sua volta simbolo di come la natura andrebbe rispettata e ascoltata quando la sua voce si spande attraverso i sussurri del vento o nei tenui scricchiolii prodotti dal ghiaccio. A lui lo scrittore americano demanda il ruolo di guida a cui ispirarsi e che invece l’uomo ignora e denigra, perché un cane dopotutto è solamente uno strumento, come lo è nella sua visione egocentrica la natura stessa. E sarà proprio la totale assenza di rispetto dell’uomo per il creato a determinarne il destino, riducendone la vicenda a quel monito che oggi potremmo definire ecologista ma che, in definitiva, non è altro che un invito a guardare alla Natura non come un’entità astratta da soggiogare, ma come una casa da comprendere e salvaguardare, facendo tesoro dell’esperienza altrui, della saggezza che proviene da lontano.

C’è tutto questo in Accendere Un Fuoco e ci sono le emozioni che le grandi avventure sanno regalare anche a noi che in fondo siamo solo dei lettori comodamente abbarbicati alle nostre poltrone preferite, un buon libro stretto tra le dita e il tepore di un caminetto che ci ricorda che basta poco per restare al sicuro, anche quando là fuori imperversa la peggiore delle tormente.

ANDREA

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